La voce fuori dal coro: omaggio ad Alexander McQueen

Amici e amiche di TDM,
buon pomeriggio!
Spero che stiate tutti quanti bene, e che non vi stiate tagliando le vene per il lungo per questa storiaccia di San Valentino a cui NO, non dedicheremo alcun tipo di post. Ho notato che in questo periodo impazzano sui vari fashion blog le varie guide ai regali per San Valentino, wishlist e quant'altro.
Nonostante le due amministratrici di TDM siano convintissime (?) del "potere dell'aMMMore", vi posso dire con certezza che COL CAVOLO che scriveremo un articolo in merito a regali imbecilli fatti "per costrizione" e patetiche wishlists.
Piuttosto, occupiamoci di un argomento molto più importante: il secondo anniversario della morte di Alexander McQueen, un'icona della moda con una doppia indole: fantasiosa da un lato, ma tetra ed oscura dall'altra.


Partiamo prima con un po' di storia (non vorremmo mai che, se ai nostri lettori fosse chiesto chi sia McQueen, rispondessero "ah sì, quello dei teschi" - storia vera). McQueen nasce da una famiglia modesta, ed è subito affascinato dal mondo della moda (tant'è vero che lo stesso ha dichiarato di aver creato svariati abiti per le proprie sorelle già quando era un giovincello). Non interessato ad una carriera tipicamente scolastica, a 16 anni si butta a capofitto nel mondo del lavoro, iniziando a confezionare abiti per rappresentazioni teatrali. All'età di 20 anni si trasferisce nella caotica Milano, sotto le dipendenze di Romeo Gigli, dove comincia una vera e propria gavetta. 
Grazie al contributo dell'editrice inglese Isabella Blow (nella foto qui a sinistra) dal cui stile peraltro lo stesso McQueen è stato ispirato e supportato, McQueen comincia ad avere uno certo spessore nel mondo della moda, tanto da diventare il direttore creativo di Givenchy, sostituendo John Galliano, dove rimarrà fino al 2001.
Nonostante la fortuna in Givenchy, McQueen comincia a mostrare un certo malcontento.La casa di moda, infatti, pare limitare eccessivamente l'estro e la creatività dell'artista, soprattutto considerando l'eccentricità dello stile non solo per quanto riguarda gli abiti o gli accessori, ma anche per quanto riguarda le sfilate stesse, considerate non semplici  show per mostrare le nuove collezioni ma delle vere e proprie rappresentazioni di magia ma soprattutto di vera e propria poesia, così come dimostrato in questo video, dove le braccia meccaniche sembrano danzare armoniose insieme alla modella stessa: 

Ma oltre alla trovata del "braccio meccanico", a Givenchy non andava a genio l'estro di McQueen, spesso provocatorio e fin troppo noncurante: si pensi 
infatti alla scelta di far sfilare l'atleta paraplegica Aimee Mullins (nella foto qui
a destra), una trovata che destò non poco scalpore nel mondo della moda (figuriamoci nell'ambiente "tradizionalistico" di Givenchy!) 
Al si là dei malumori di Givenchy, tuttavia, il pubblico consacrava per quattro volte McQueen come miglior stilista inglese dell'anno dal 1996 al 2003.
Quindi a seguito di tutti questi screzi, malumori e battibecchi con la maison, successivamente McQueen decide di mandare i suoi cari saluti a Givenchy e di entrare quindi nel gruppo Gucci come direttore creativo, che segnò la sua vera e propria fortuna e la sua indipendenza come stilista.

Ed è proprio di indipendenza che si parla: McQueen, nella sua eccentricità, non ha mai voluto rendere conto a niente e a nessuno sia nel campo delle proprie scelte personali (egli, infatti, era apertamente omosessuale) e men che meno da un punto di vista professionale. Si pensi, infatti, allo scandalo "Cocaine Kate" che vide al centro la modella Kate Moss: mentre la maggior parte degli stilisti, a seguito dello scandalo, si rifiutavano di mostrare Kate (ed alcuni si vergognavano profondamente di averla usata come modella nelle proprie sfilate), McQueen la esaltò in diverse occasioni: in primis, indossandro la maglietta "We love you Kate" durante una sfilata, ed in seguito creando un vero e proprio show dedicato alla Moss stessa, tramite l'utilizzo di un ologramma:

Insomma, uno stilista che, come si dice dalle mie parti, "non le manda a dire proprio a nessuno", e chissenefrega di quel che pensa la gente.
Le creazioni di McQueen non sono, evidentemente, per persone che hanno un concetto rigido  e classicista della moda: l'esplorazione delle forme, il superamento dei canoni e dei dogmi, il pensare fuori dagli schemi hanno reso questo stilista una vera e propria voce fuori dal coro, uno dei pochi nel mondo della moda.


Ma se da un lato l'eccentricità e la fantasia lo rendevano popolare (si pensi alle scarpe "Armadillo", indossate da molteplici star tra cui Lady Gaga, nel video "Bad Romance"), dall'altro il "dark side" di McQueen risultava evidente in più punti: l'onnipresenza di un lato oscuro, l'uso frequentissimo dei teschi, di borchie e quant'altro.
Del resto, lo stesso stilista aveva più volte affermato di essere influenzato dall'idea della morte stessa, soprattutto considerando che colei che l'aveva scoperto, ovvero la Blow, era essa morta suicida poichè preda di una grave depressione.
A seguito della morte della madre, peraltro, ribadì in un'intervista di essere veramente angosciato dalla morte e di tutto ciò che comportava. Purtroppo, però, a distanza di una settimana venne ritrovato morto nella sua casa, a Londra, suicida.
Mi chiedo se il suicidio di McQueen si sarebbe potuto evitare in qualche modo, o se fosse stato la conseguenza logica del suo spirito oscuro: e mi chiedo anche se, nel caso in cui non avesse compiuto quel gesto, sarebbe rimasto sempre l'Alexander McQueen tormentato e visionario che tutti conoscevamo.
Ciò che è certo, è che il mondo della moda ha perso la voce fuori dal coro, quella che non aveva problema né a criticare né a fregarsene di tutto e di tutti.
Rest in peace, Alexander.
-Ste


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